Il Castello dell’Acqua Felice

La Fontana dell’Acqua Felice, anche detta del Mosè in virtù della colossale statua collocata nella nicchia centrale, è la prima fontana di Roma costruita appositamente con funzione di mostra o castello d’acqua.

Monumento terminale dell’acqua o meglio dell’acquedotto Felice, voluto tra 1585 e 1587 da Sisto V, fu così intitolato in onore del suo nome di battesimo, Felice.

L’opera, realizzata a tempo di record nell’anno stesso del suo insediamento al soglio pontificio (1585), si snoda lungo un tracciato di circa trenta kilometri, dalle fonti di Pantano de’ Glifi (nella campagna a Est di Roma), fino ai quartieri più alti della città (Esquilino, Quirinale, Viminale), rifornendo anche le fontane del parco intorno alla villa che il papa possedeva presso le Terme di Diocleziano. Era la più grande villa rinascimentale costruita dentro le mura aureliane e una delle più belle e sontuose. La villa aveva bisogno di un enorme quantitativo d’acqua per alimentare i suoi splendidi giardini, i viali alberatii frutteti,  le fontane, le  peschiere , il tutto adornato con numerosissime statue, antiche e moderne.  Il papa non esitò a procurarsela.

La costruzione dell’acquedotto fu affidata inizialmente a Matteo Bartolani da Città di Castello, il quale commise un grave errore di calcolo sulla pendenza dell’acqua “tanto che questa ad un certo punto, invece di andare avanti, pensava bene di tornarsene indietro”; sicché Sisto V affidò la prosecuzione dei lavori a Giovanni Fontana, fratello del più famoso Domenico , il quale, servendosi degli archi (e, purtroppo, anche dei materiali) degli acquedotti Claudio e Marcio, in breve tempo completò l’opera. Dopo aver dunque speso invano 100.000 scudi, l’ardua impresa di Giovanni Fontana costò al papa la bellezza di 300.000 scudi.

L’arco di porta Furba  rappresenta la monumentalizzazione dell’acquedotto Felice nel punto in cui questo entrando a Roma scavalcava la “via Tuscolana”, come per gli antichi architetti romani fu  porta Tiburtina o porta Maggiore. L’Acquedotto Felice proseguiva utilizzando le antiche arcuazioni del ramo dioclezianeo dell’Aqua Marcia fino a porta Tiburtina; dopodichè proseguiva sul tratto delle Mura Aureliane trasformate in acquedotto e sull’Arco di Sisto V, per dirigersi verso la mostra d’acqua terminale, la fontana del Mosè: tutto il tratto intermedio, ridotto praticamente in rovina, fu demolito nel 1867 per la costruzione della Stazione Termini.

L’acquedotto termina con la monumentale Fontana del Mosè, in piazza San Bernardo, concepita nel 1587 dal Fontana secondo lo schema di un massiccio arco trionfale. Costruita tutta in travertino, in gran parte proveniente da “anticaglie di Termini”, le terme di Diocleziano, abbondantemente “saccheggiate” , la grande fontana è ornata da quattro colonne, che sostengono l’architrave, sul quale si eleva lo stemma papale di papa Sisto V. Sotto l’attico si aprono tre grandi nicchie, scandite dalle quattro colonne che sono in simmetria con altrettanti leoni egizi posti sulle vasche.  leoni originali, due di porfido e due di marmo chiaro – recanti l’iscrizione del faraone Nectanebo I – provenivano dal Pantheon, dove furono ritrovati, insieme con altre ornamentazioni, negli scavi condotti durante il pontificato di papa Eugenio IV (1431-1439), e dall’ingresso centrale della basilica di San Giovanni in Laterano, dove sostenevano le colonne a fianco della porta. Trasferiti nei Musei Vaticani sotto papa Gregorio XVI(1831-1846) per sottrarli a possibili danneggiamenti, furono sostituiti da copie eseguite dallo scultore Adamo Tadolini.

Tutta la fontana del Mosé è racchiusa da una bellissima balaustrata marmorea, mentre la nicchia centrale contiene la massiccia statua che dà il nome alla fontana, il “Mosè”, opera di Leonardo Sormani e Prospero Antichi detto “il Bresciano”.